di Rosaria Gasparro* maestra, ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme

Sono un’insegnante, non inseguo carriere, seguo gli esseri umani. Non ambisco ad avere altri ruoli. Conosco il disvalore dei premi e delle punizioni nella crescita personale e nella tenuta di un sistema, che una volta chiamavamo comunità. La dignità del mio lavoro è nella mia aula, con i “miei” bambini, con le loro famiglie, con quei colleghi che continuano a credere nel valore del confronto e della collaborazione; e poi a casa nel chiuso del mio studio, a fare la cosa più ovvia e naturale per un’insegnante, tutto ciò che non è riconosciuto da chi detiene il potere e che poi ti rende credibile o meno nel lavoro che fai:studiare, preparare, elaborare materiali e percorsi, affinare i propri metodi, correggersi, migliorarsi.

Qui trovate il mio merito, il mio tempo e la mia passione, la mia ricerca e la mia innovazione, il mio successo e la mia sconfitta, la mia fatica e la mia gioia, la mia capacità di costruire un noi che dura, che non si rompe quando la porta si apre. Qui c’è la mia rendicontazione quotidiana, quel senso di appagamento interiore per aver fatto al meglio il mio dovere, per aver contribuito con onestà a far crescere un piccolo angolo di mondo. Qui c’è tutto l’imponderabile di un lavoro intellettuale, di fiato, corpo e anima, che non traspare, che resta invisibile alla logica dei risultati. L’imponderabile di un lavoro emozionale, fatto di eros ed ethos, che conosce la radice affettiva e corporea di ogni apprendimento.

Per questo, valutatori riuniti, io non vi riconosco. Tenetevi pure il bonus. Distribuitelo a chi vi pare, mandatelo indietro, fatene materia di ricatto o di contratto, fatene pure strumento di potere, di discriminazione, di servitù volontaria, di valorizzazione di chi vi aggrada. Io non mi curo di voi, vi guardo e passo.

È da tempo che il re è nudo o è pallido. E voi avete deciso che non volete conoscere il valore dell’antieroe, quello che non si vede. Il suo rumore sottile, la sua solitudine mentre coltiva l’umano, l’eccedenza dell’ordinario, il senso profondo della sua cura. Vi siete schierati per i meriti tecnici, per i titoli, gli attestati, i master acquistabili sul mercato e siete incapaci di cogliere i meriti relazionali e qualitativi, frutto di scelte e investimenti lunghi e costosi, che nessun mercato può vendere (Luigino Bruni , “Attenti al merito”, Avvenire, 12 gennaio 2013).

Uno scenario inquietante quello del bonus scolastico in cui giocherà la sua parte un’altra sindrome. La chiamano effetto Dunning-Kruger, quella che spinge a ritenersi più competenti degli altri, una specie di distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, giudicando, a torto, le proprie abilità come superiori alla media (Wikipedia). Un complesso d’intelligenza,il complesso di chi si ritiene migliore, e ricorro a Shakespeare per descriverlo:

“Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio”.

Ai colleghi antieroi del quotidiano, la mia stima.

«Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è pubblico. Nessuno che applauda, che ammiri. Nessuno che vi veda. Capite? Ecco la verità: il vero eroismo non riceve ovazioni, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la fila per vederlo. Nessuno se ne interessa».

«Gli eroi veri siete voi, da soli in un luogo di lavoro designato. Il vero eroismo sono i minuti, le ore, le settimane, anno dopo anno, di silenzioso, preciso, giudizioso esercizio di probità e cura – senza nessuno lì con voi a incitarvi o ad applaudire».

(David Foster Wallace – Il re pallido)

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